Portare il buonumore in situazioni di disagio e di fragilità. È questa, in poche parole, la filosofia di Dimòndi Clown, associazione inizialmente sorta a Sassuolo nel 2001 con il nome di ‘Ridere per Vivere’, grazie all’iniziativa di Marco Ranghieri. Trascorsi 23 anni da allora, sono cambiate tante cose, ma grazie alla figura del Clown Dottore, volontari della onlus operano sul territorio emiliano portando il naso rosso in diversi contesti socio-sanitari e culturali.

“A partire dal 2016 – racconta Eleonora Gardinali, ex presidente e componente del direttivo dell’associazione – ci siamo staccati da ‘Ridere per Vivere’ pur mantenendo la filosofia iniziale, ovvero la convinzione che per svolgere un’attività del genere in contesti specifici sia necessaria una formazione molto approfondita. Attualmente, i volontari sono una ventina e, prima di svolgere la loro attività, devono affrontare un corso di formazione di 300 ore. I corsi si svolgono durante il fine settimana e includono sia attività laboratoriali, sia sessioni più tecniche, coprendo un’ampia gamma di argomenti. La formazione è cruciale – sottolinea Gardinali – perché, sebbene fare volontariato significhi donare il proprio tempo, è necessario conoscere i contesti specifici, che talvolta sono molto complessi, e sapere come approcciarli. Nonostante quella del clown sia una ‘maschera’ che può anche proteggere, il volontario deve possedere competenze che gli permettano di non essere schiacciato dalle situazioni difficili e di rispettare sempre le persone che incontra. Per questo, l’associazione richiede anche una supervisione psicologica obbligatoria, con incontri mensili per discutere le criticità emerse e prevenire il burnout, una conseguenza abbastanza comune per coloro che operano in contesti di fragilità”.

Nel corso degli anni, anche grazie al contributo del cinema, quella del clown è ormai diventata una figura accettata in diversi contesti. Venendo all’associazione sassolese, il ruolo del clown dottore si è esteso ben oltre i reparti di pediatria, coinvolgendo carceri, case di riposo e attività di formazione a terzi, con iniziative realizzate insieme a detenuti o persone con disabilità.

“Quando nel 2001 abbiamo iniziato a portare un clown dottore nei reparti di pediatria – chiarisce Gardinali – tante persone storcevano il naso. Attualmente, la nostra attività è riconosciuta e consolidata. Ci troviamo a Sassuolo, ma negli anni abbiamo svolto diversi progetti anche al Sant’Orsola di Bologna, negli ospedali di Carpi e Mirandola e in tanti contesti di fragilità del territorio. L’emergenza Covid ha rappresentato una battuta d’arresto, ma l’attività è ripresa con determinazione su richiesta degli stessi medici delle strutture”. Come sottolinea l’ex presidente, i casi di maggiore difficoltà spesso riguardano i volontari che interagiscono con malati terminali. “A volte – commenta Gardinali – sappiamo che le persone con cui lavoriamo vivono situazioni molto pesanti, ma il clown cerca di interagire con la parte del soggetto che ha ancora voglia di ridere e scherzare. Egli non ignora la situazione, ma con la sua simpatia può riuscire a superare alcune resistenze. Il suo segreto? Essere una figura non giudicante”. Se le giornate in ospedale sono molto pesanti, il clown può riuscire ad alleviare questa tensione. “Grazie al lavoro dei volontari – chiarisce Gardinali – si crea un collante con familiari, parenti e amici, e si genera un ambiente disteso che permette anche ai medici di lavorare con più serenità. Ormai questo aspetto è ben compreso e assodato, ed è una conferma importante per il nostro operato”.